Prime Esperienze
TORINO ANNI 70 prol. Cap.1
02.09.2025 |
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"Ognuno di loro cercava di far sentire il proprio pacco prima sulle natiche delle ragazze e poi imitando un amplesso sul davanti, con la complicità divertita delle ragazze, ridevano, si stavano..."
PrologoMe ne stavo seduto in un angolo del salone, pervaso da una noia mortale. Mi stavo chiedendo:” ma cosa ci sono venuto a fare”?
Mi sentivo fuori posto. Un pesce fuor d’acqua.
Mi ero pentito di aver accettato l’invito.
Potevo trovare una scusa più che valida, lui non si sarebbe offeso.
Avevo da poco compiuto ventisette anni, ero il più vecchio di un gruppo di acquisiti “nuovi amici”.
Io li reputavo più conoscenti che amici, tutti della stessa età, 24 anni, del festeggiato Giampiero, padrone di casa. Colui che mi aveva invitato.
Per il suo compleanno aveva invitato una selezionata cerchia di amici e conoscenti.
Io da qualche mese “impropriamente” ne facevo parte essendo diventato , uno dei migliore amici di Giampiero.
Avevo conosciuto Giampiero quando il politecnico, dove frequentava la facoltà di ingegneria, sei mesi prima in accordo con la proprietà dell’azienda, lo mandò a fare uno stage di tre mesi.
Di questa media azienda di componentistica meccanica io ne ero il direttore di produzione da circa un anno.
Ero stato assunto per sostituire il vecchio direttore.
Destituito perché in età pensionabile ed anche per altri ovvi motivi, sia di produttività che di capacità a recepire ed applicare le nuove tecnologie.
Con un forte guadagno, sia economico che di efficienza, da parte dell’azienda stessa.
Assunto appena dopo la laurea attraverso una ferrea selezione e grazie alle mie capacità e al mio trascorso scolastico.
Laureato con il massimo dei voti con lode.
L’amministratore una mattina mi chiamò annunciandomi l’arrivo di questo ragazzo, figlio di una ricca famiglia torinese.
Mi disse: “Sandro lei e la persona più adatta a svolgere nel modo migliore questo compito.
La proprietà si raccomanda che venga trattato come si conviene ad un rampollo di buona famiglia.
Se faremo un buon lavoro sapranno ricordarsene”.
In pratica pensai che mi stesse appioppando un bella patata bollente.
Il volpone si affidava a me per avere poi lui il tornaconto con la proprietà, a me gli oneri a lui gli onori.
Dissi: “ok ci penso io”.
Insomma mi avevano mandato un raccomandato ed io lo dovevo gestire e digerire.
Si presentò un lunedì mattina in perfetto orario.
Lo ricevetti nel mio ufficio. Alto, biondo, occhi azzurri, capelli corti.
Quello che si definisce un bel ragazzo.
Gli spiegai velocemente di cosa ci occupavamo, cosa producevamo e che il nostro fiore all’occhiello erano ricerca e sviluppo.
Lo avrei affiancato a due colleghi in laboratorio che lo avrebbero inserito e istruito sull'uso degli strumenti.
Tutti i miei timori e cattivi pensieri sfumarono dopo solo alcuni giorni.
Questo raccomandato, sin da subito risultò simpatico a tutti i colleghi.
Non solo interagiva con gli altri molto bene utilizzando la notevole e accattivante dialettica. Era anche in possesso di una vivace intelligenza che ne facevano un ottimo esecutore dei compiti che gli venivano assegnati, relazionando metodicamente i lavori svolti, con consigli utili.
Giampiero in un momento di relax mi confidò che aveva ormai pochi esami x la laurea ma che ne trascinava uno dal terzo anno. Lo trovava parecchio ostico. Me ne parlava quasi con timore come se volesse chiedermi qualcosa. Lo guardai sorridendo e avendo io superato quell’esame con voto trenta, come quasi tutti i miei esami. Gli dissi: “se vuoi ti posso aiutare, tanto io la sera, non avendo al momento legami, dopo il lavoro ti posso dedicare un paio d’ore”. Così nei tre mesi di stage, con il mio aiuto, preparò e superò anche quell’esame. Nacque una forte legame e cominciammo a frequentarci. Anche dopo lo stage mi chiamava spesso e mi chiedeva consigli sulla tesi che stava preparando.
Ci vedevamo spesso per un aperitivo dove cominciai a conoscere anche alcuni suoi amici coetanei. Rampolli della Torino bene.
Questi a differenza di Giampiero li trovavo un poco snob e per niente simpatici.
Da quando avevo cominciato a lavorare un po’ alla volta avevo perso di vista i vecchi amici che vedevo ormai raramente.
Essendo io troppo dedito allo studio prima e al lavoro dopo, gestivo una vita privata alquanto altalenante.
E non avendo inoltre al momento un legame affettivo accettavo poche volte ma volentieri gli inviti di questo esuberante ragazzo.
Giampiero era molto intelligente ed io in lui trovavo affinità intellettuali e non solo, si parlava di tutto, dal calcio lui juventino io torinista, ma anche di politica, io simpatizzante socialista lui decisamente di famiglia liberale. Le nostre discussioni variavano dallo sport al sociale con schietta franchezza e rendevano il nostro rapporto sempre più forte.
In quella casa era la prima volta che entravo. Era situata in zona crocetta un grande appartamento nella zona bene di Torino. Non solo non avevo mai frequentato quella casa, ma non conoscevo neppure i suoi genitori.
Anche quel giorno non erano presenti, penso per lasciare casa e spazio al figlio che festeggiava.
Sapevo di una sorella che frequentava il quarto anno del liceo scientifico con buoni risultati, della quale Giampiero parlava poco, lamentandosi spesso della sua sfacciataggine e della troppa libertà che i suoi genitori le lasciavano godere.
Stavo assorto nei miei pensieri quando: “Ciao si vede che ti stai divertendo un sacco, tu dovresti essere il grande amico di cui parla sempre Giampiero, io sono Carla sua sorella, ti sto osservando da qualche minuto, con la testa sembri su un altro pianeta ti va di scendere su questo di pianeta"?
Trasalì e la guardai stupefatto davanti a me una ragazza che dire bella non gli si faceva giustizia.
Balbettai: “dimmi pure”
Lei sorridendo disse: “ho un problema e tu me lo potresti risolvere.
Qui a quanto vedo sono tutti accoppiati”.
e sempre sorridendo
“l’unico scoppiato sei tu”
“Brava hai indovinato e allora”?
“Stavamo per uscire con il mio ragazzo e due miei compagni di scuola, a noi piace tanto ballare.
Dovevamo andare in discoteca, solo che Davide che doveva fare compagnia ad Alessia ha dato buca.
Ci manca il quarto che, oltre a farle compagnia facesse ballare la mia amica Alessia.
Tu mi sembra che qui non ti stia divertendo molto. Quindi potresti fare da tappa buco.”
Diceva tutto alternando un sorrisino che mi infastidiva alquanto perché, forse sbagliando, lo interpretavo sarcastico.
Non capivo se la sua fosse sana ironia scherzosa o stesse prendendo per il culo.
Dissi: “Grazie per il ruolo di tappa buco. Vero che non mi diverto e anche vero che me ne stavo andando”.
(Non entravo in una sala da ballo da quasi due anni, se non in due o tre sporadiche occasioni).
” E poi voi siete troppo giovani per me. Mi sentirei a disagio, non credo che la tua amica sia molto più vecchia di te”.
“Guarda che non ci devi scopare devi essere solo di compagnia. E poi noi siamo sicuramente più divertenti di queste mummie.
Almeno sai ballare”?
Stavo per dirle ecco non so ballare cercatevi qualcuno che sappia ballare.
Invece dissi:” ho fatto per tre anni un corso di latino-americano e liscio”.
“Perfetto”, disse lei.” La sala è fuori Torino stasera da una certa ora in poi si balla latino.
Allora che fai ci vieni?
Sotto c’è Giulio il mio ragazzo che ci aspetta, andiamo a prendere Alessia e poi vita”.
Io la guardai, lei attendeva sorridendo la mia risposta che arrivo dopo alcuni secondi.
Dissi: “ok andiamo a prendere questa ballerina”.
Lei mi prese la mano salutammo Giampiero con un gesto e siamo usciti.
Giampiero ci guardò con un punto interrogativo stampato sugli occhi. Mi ripromisi appena possibile di scusarmi per il mio abbandono della festa.
Fuori ad attenderci c’era Giulio, il ragazzo di Carla, un anno più vecchio di lei frequentava lo stesso liceo ma faceva quinta. Era più alto di me di almeno 5 cm, corporatura robusta, avrei saputo in seguito che era iscritto in uno dei centri canottieri sparsi sulle sponde del Po. Brevi presentazioni e partimmo.
Non facemmo molta strada, tre isolati sempre in zona, palazzo d’epoca.
Carla scese veloce, andò a suonare e attese, dopo un minuto usci una ragazza.
Anche questa bella quanto Carla, ma diversa, capelli neri cortissimi, occhi verdi, viso tondo labbra marcate e carnose e un seno a prima vista una terza evidenziata da un corpetto attillato e una leggera giacca di pelle.
Le due ragazze nel vestire sembravano gemelle. Tutte e due portavano una minigonna cortissima.
Carla era bionda con i capelli lisci e lunghi, gli occhi azzurri, il viso angelico ne faceva una madonna.
Era alta 1.70 mentre alessia 1,65 Giulio circa 1.78 mentre riflettevo su queste mie sensazioni visive cercando di capire se le misure fossero giuste visto che il termine di paragone erano le mie misure, ero alto 1.73.
Carla disse: “ Sandro, tu vai d’avanti! noi due andiamo dietro.”
Nell’uscire appoggiai inavvertitamente la mano su quella di Alessia che teneva la portiera.
Lei la ritrasse prontamente ed io dissi:“ scusa” Carla ci presentò. Lei fece solo un cenno con la testa, senza dire una parola.
Cominciamo bene, pensai.
Le due ragazze salirono ridendo e sussurrando parole incomprensibili. Non capivo se stessero scambiandosi commenti su di me e perché ridessero.
Giulio fece partire una cassetta con musica ad alto volume. Dietro non si sentiva nessun rumore era calato il silenzio provai a girarmi a vedere.
La mano di Giulio mi spinse a guardare avanti, senza riuscire comunque ad impedirmi di vedere che, le due, si stavano baciando.
CAPITOLO 1
Che le due dietro non stessero parlando della scuola o di moda si intuiva dai risolini e dai gemiti che si percepivano nitidamente.
Avevo la netta sensazione di essermi fatto agganciare stupidamente da dei ragazzini. Guardai ancora Giulio che guidava tranquillo con il sorriso stampato. Una maschera.
Senza dire una parola dopo 20 minuti arrivammo in periferia. Giulio parcheggiò la macchina davanti al capannone da dove giungeva musica ad alto volume. Musica disco.
Scendemmo ……Le due ragazze andarono avanti abbracciate e noi dietro.
Io riguardai Giulio in faccia sperando ancora in un suo commento. Che non arrivò.
Entrammo, non c’era molta gente, era ancora troppo presto.
La musiva assordante copriva le voci.
Nella sala due coppie ballavano muovendosi come scimmie, O come i pellerossa quando ballando invocavano la pioggia. Stavano mandando musica da discoteca, la serata di latino doveva ancora decollare.
Non amavo la musica disco, in discoteca ci ero stato una sola volta trascinato da due amici che le frequentavano.
Con la certezza, dicevano loro, di cuccare.
Non cuccammo.
Non ne avevo avuto una buona impressione e non ci tornai più.
Non dissi nulla, mi soffermai ad ispezionare la sala, cercando di abituarmi a vedere tra le poche luci il fuori pista.
Le due ragazze presero posto vicino ad un gruppo di tre ragazzi e una ragazza.
Carla fece un cenno a Giulio che con un assenzo della testa si diresse verso il bar chiedendomi di accompagnarlo. .
Ordinammo due caipirinha per le ragazze e il cuba libre per noi.
Tornammo al tavolo, ma loro non c’erano.
Guardai in pista, stavano ballando con due dei ragazzi del tavolo vicino.
Le ragazze si guardavano seguendo movenze molto sexi.
Una di fronte all’altra molto vicine quasi a toccarsi imitando strusciamenti che non avvenivano. I ragazzi dietro di loro facevano lo stesso senza toccarle, anche loro imitavano lo strusciamento che non avveniva.
La pista era discretamente illuminata, quindi si poteva anche vedere una discreta eccitazione dei ragazzi. Finito il pezzo si scambiarono delle parole, che anche senza musica non potetti sentire. Partì un altro brano e ricominciarono a ballare. Questa volta i due presero ognuno una ragazza e lo strusciamento prima solo evidenziato ma non attuato divenne reale.
Ognuno di loro cercava di far sentire il proprio pacco prima sulle natiche delle ragazze e poi imitando un amplesso sul davanti, con la complicità divertita delle ragazze, ridevano, si stavano divertendo.
Loro.
Noi con i bicchieri in mano ci siamo guardati. Io fra lo stupito e l’attonito, lui con il solito sorriso tranquillizzante, non riuscivo a decifrarlo, questo ragazzo per me era ancora un enigma.
Appoggiò i bicchieri sul tavolo e si sedette. Io lo imitai.
Finito il brano i ballerini tornarono ognuno ai propri tavoli.
Le ragazze erano accalorate, rosse in viso, mi stavo chiedendo se si fossero eccitate anche loro come i due compagni di ballo. Senza proferire parola presero i loro bicchieri e bevvero d’un fiato tutto il liquido in essi contenuto, come se fosse un dissetante e non un alcoolico.
Stavo per dire qualcosa a Carla, ma lei mi precedette e prima che potessi parlare si avvicinò a Giulio, prima una carezza, poi lo baciò, lo prese per mano e si appartarono in un angolo più buio su un divanetto e cominciarono a limonare.
Continuai a guardarli per qualche secondo.
Un faretto, che emanava una leggera luce nella parte bassa del divano, mi permise di vedere la mano di giulio infilata a tastare Carla, la corta gonna si era rialzata e mostrava la figa. Non portava le mutande.
Mi girai cercando Alessia. La vidi seduta sul nostro divano in mezzo ai due ballerini di prima.
Uno aveva già messo una mano sopra la coscia nuda di lei, chissà se anche lei fosse priva di mutande, mentre l’altro le parlava con la bocca vicino all’orecchio.
Alessia sorrideva per niente disturbata da queste attenzioni, anzi.
Il suo sguardo si incrociò per qualche secondo con il mio. Mi sorrise guardandomi negli occhi.
Cazzo ero venuto per farle da ballerino e questo avrei fatto.
Mi avvicinai deciso, i due si ritrassero guardandomi torvo.
Io con non curanza: “Alessia balliamo”!
Lei si alzo prese la mia mano e ci avviammo verso la pista mentre partiva la base di una baciata.
La serata latino-americana stava iniziando.
Era passata la mezzanotte la sala si stava riempendo. La baciata andava lenta e sensuale. Sotto lo sguardo per niente amichevole dei due maschietti, delusi per non dire incazzati, strinsi Alessia e cominciai a ballare.
Era evidente che la differenza di età tra me e Alessia metteva i ragazzotti e tanti giovani presenti in una situazione di vantaggio. Almeno questo era quello che forse credevano.
Non capivano, forse, come Alessia potesse stare con un matusa come me. Si stavano di sicuro chiedendo se fossi un fratello più grande o un semplice amico.
Nella pista c’eravamo solo tre coppie. Dopo venti secondi, eravamo rimasti soli noi due. Le altre due coppie si erano messe da parte e ci guardavano insieme a tanti a bordo pista o seduti.
Io ballavo stringendola e lei si muoveva in modo sensuale strusciandosi a spingendo il suo bacino in modo provocatorio.
Ogni volta che alzava la gamba la gonna saliva scosciandola, chissà se anche lei non portava le mutande e cosa stessero vedendo gli altri che io non vedevo.
Scacciai questi pensieri con uno sforzo sovra umano facevo fatica a trattenere l’erezione, ballavo cercando pensieri al bromuro.
Pensavo al lavoro, alle prove di laboratorio che stavamo facendo su una nuova lega, alle difficoltà che stavamo affrontando.
Non volevo sembrare un perverso uomo maturo che si approfitta di una ragazzina.
Finita la baciata partì una salsa, lei si staccò e cominciò a fare passi base.
Mi fissò e disse: “sei gay”? La guardai stupefatto.
La fermai e dissi:” perché questa domanda”?
“come perché” disse lei. “o non hai il cazzo o sei gay, non sono riuscita a sentirlo, non ti piaccio? Non sono abbastanza bella per te? Un altro al posto tuo mi scopava in mezzo alla pista.
Tu invece niente di ghiaccio mi hai fatto sentire piccola piccola, in imbarazzo, sei senza cuore”.
“Senti un po’ ragazzina che gioco state facendo tu e la tua amichetta. Voi non avevate bisogno del tappabuchi, visto come vi muovete spigliate. Qui dentro potete trovare una decina di tappabuchi.
Mi chiamo un taxi e me ne vado. Vi lascio al vostro divertimento”.
“Ma dove vai scusa? Cosa ho fatto? Perché ti incazzi”. Disse lei.
“E me lo chiedi? Il tuo comportamento non mi piace, anche se non sei la mia ragazza non mi devi far sentire a disagio, sono qui come tuo accompagnatore e pretendo rispetto, non solo non devi strusciarti con degli estranei, ma non lo devi fare con malizia e provocatoriamente neanche con me, visto che non sono il tuo ragazzo. E poi sei pure minorenne non voglio beccarmi qualche denuncia. Appena me ne sarò andato potete fare il cazzo che volete.
Mentre stavamo parlando la pista si stava affollando tante coppie stavano ballando i due ragazzi con la ragazza della coppia si sono avvicinati e chiesero ad Alessia: "balli"?
Lei, con viso feroce e in modo stizzito rispose:” non vedete che sono impegnata in una discussione con il mio ragazzo non rompete”.
Si avvicinò e mi chiese di farla ballare, voleva finire la salsa che avevamo cominciato, sotto lo sguardo di fuoco dei due giovanotti.
Mi aveva chiamato il suo ragazzo. Non dissi nulla ma mi ripromisi dopo di chiedere una spiegazione.
Misi in mostra parte del repertorio che avevo imparato al corso di latino, comandandola in vuelte legate, sombreri, passeale, setente e altre figure.
Da come rispondeva ai miei comandi capì che anche lei aveva sicuramente fatto un corso di latino. Ballava troppo bene.
Finita la salsa dissi: “hai sete? Andiamo a prendere qualcosa al bar”? “Si” rispose lei “muoio di sete, sono un poco stanca vado a sedermi, portami tu lo stesso di prima e una bottiglietta d’acqua naturale”. Si girò, io la seguì con lo sguardo. Era proprio una bella ragazza, ogni suo passo era come se stesse ancora ballando.
Andai a prendere le consumazioni e tornai verso il nostro tavolo.
Lei era seduta di nuovo sul divanetto. In piedi di fronte a lei i soliti due coglioni.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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